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La Biennale come dispositivo di incontro. Note da Venezia 2024

La Biennale di Pedrosa registra 700.000 biglietti venduti in 31 settimane, con una crescita del 18% rispetto all’edizione pre-Covid del 2019. Non è solo un numero di affluenza. È la misura di un dispositivo che funziona su livelli simultanei e molto diversi tra loro.

La 60. Esposizione Internazionale d’Arte -Stranieri Ovunque / Foreigners Everywhere – ha scelto fin dal titolo di non stare al riparo. Un’affermazione che non descrive uno stato del mondo: lo interroga. Chi è straniero? Dove? E soprattutto: in quale spazio l’incontro diventa possibile?

Tre livelli, uno spazio

Quando parliamo di incontro, la Biennale funziona almeno su tre livelli contemporaneamente, e questa stratificazione è forse la cosa che trovo più interessante — e più difficile da replicare su scala minore.
Il primo è quello del sistema dell’arte internazionale: oltre 26.000 accreditati nei giorni di pre-apertura, più di 4.000 giornalisti, per il 67% provenienti dalla stampa internazionale. Una concentrazione di professionisti, curatori e istituzioni che non ha equivalenti nel calendario dell’arte contemporanea. È il livello della conversazione tra addetti ai lavori che difficilmente viene eguagliato da altre grandi manifestazioni internazionali. Necessario, ma non sufficiente.
Il secondo è quello della città: Venezia per sette mesi diventa altro da sé, attraversata da flussi che la trasformano in uno spazio di incontro radicalmente pubblico. Il 59% del pubblico proveniva dall’estero, il 41% dall’Italia. Più di 190.000 visitatori erano giovani e studenti under 26 — il 30% del totale. Il miglior risultato di sempre per la partecipazione delle categorie fragili, con un incremento del 67%. Sono numeri che raccontano qualcosa di più di un successo commerciale: raccontano una Biennale che ha provato a fare dello spazio espositivo un luogo permeabile, accessibile, capace di parlare a interlocutori molto distanti tra loro.
Il terzo livello è invece quello delle opere stesse, e del rapporto tra contesto di produzione e contesto di esposizione

Pratiche situate in spazi neutri

Pedrosa ha costruito un’edizione che guarda al Sud globale, alle pratiche indigene, alle esperienze queer, alle storie di diaspora. Il gesto curatoriale mette in discussione l’esistenza di un centro unico.
Molte delle opere in mostra non erano pensate per un museo. Erano pensate per comunità, territori, relazioni specifiche. Portarle a Venezia era un rischio — il rischio di decontestualizzarle, di trasformare pratiche situate in oggetti da contemplare. In alcuni casi il rischio si è materializzato. In altri è accaduto il contrario: lo spazio della Biennale è diventato un luogo in cui quelle pratiche hanno trovato nuovi interlocutori, nuovi sguardi, nuove possibilità di vita

Un dispositivo difficilmente replicabile

Con questa edizione, la Biennale si conferma come un dispositivo che produce incontri — tra artisti di contesti lontanissimi, tra istituzioni e pubblico, tra pratiche che normalmente non si parlano. Questo è il suo valore più sottovalutato, e forse il più difficile da replicare.
Ogni edizione ridisegna temporaneamente la mappa di chi conta, chi è presente, chi viene ascoltato. Stranieri Ovunque lo ha fatto in modo più esplicito di altre. Ma la struttura era già lì: uno spazio che esiste per mettere in relazione, prima ancora che per esporre