Tre livelli, uno spazio
Quando parliamo di incontro, la Biennale funziona almeno su tre livelli contemporaneamente, e questa stratificazione è forse la cosa che trovo più interessante — e più difficile da replicare su scala minore.
Il primo è quello del sistema dell’arte internazionale: oltre 26.000 accreditati nei giorni di pre-apertura, più di 4.000 giornalisti, per il 67% provenienti dalla stampa internazionale. Una concentrazione di professionisti, curatori e istituzioni che non ha equivalenti nel calendario dell’arte contemporanea. È il livello della conversazione tra addetti ai lavori che difficilmente viene eguagliato da altre grandi manifestazioni internazionali. Necessario, ma non sufficiente.
Il secondo è quello della città: Venezia per sette mesi diventa altro da sé, attraversata da flussi che la trasformano in uno spazio di incontro radicalmente pubblico. Il 59% del pubblico proveniva dall’estero, il 41% dall’Italia. Più di 190.000 visitatori erano giovani e studenti under 26 — il 30% del totale. Il miglior risultato di sempre per la partecipazione delle categorie fragili, con un incremento del 67%. Sono numeri che raccontano qualcosa di più di un successo commerciale: raccontano una Biennale che ha provato a fare dello spazio espositivo un luogo permeabile, accessibile, capace di parlare a interlocutori molto distanti tra loro.
Il terzo livello è invece quello delle opere stesse, e del rapporto tra contesto di produzione e contesto di esposizione
Pratiche situate in spazi neutri
Pedrosa ha costruito un’edizione che guarda al Sud globale, alle pratiche indigene, alle esperienze queer, alle storie di diaspora. Il gesto curatoriale mette in discussione l’esistenza di un centro unico.
Molte delle opere in mostra non erano pensate per un museo. Erano pensate per comunità, territori, relazioni specifiche. Portarle a Venezia era un rischio — il rischio di decontestualizzarle, di trasformare pratiche situate in oggetti da contemplare. In alcuni casi il rischio si è materializzato. In altri è accaduto il contrario: lo spazio della Biennale è diventato un luogo in cui quelle pratiche hanno trovato nuovi interlocutori, nuovi sguardi, nuove possibilità di vita
Un dispositivo difficilmente replicabile
Con questa edizione, la Biennale si conferma come un dispositivo che produce incontri — tra artisti di contesti lontanissimi, tra istituzioni e pubblico, tra pratiche che normalmente non si parlano. Questo è il suo valore più sottovalutato, e forse il più difficile da replicare.
Ogni edizione ridisegna temporaneamente la mappa di chi conta, chi è presente, chi viene ascoltato. Stranieri Ovunque lo ha fatto in modo più esplicito di altre. Ma la struttura era già lì: uno spazio che esiste per mettere in relazione, prima ancora che per esporre