C+N Gallery CANEPANERI inaugura la stagione autunnale con Reverie e la sua personale “Amare non mi sazia”. Partendo dalle sue travagliate vicende personali, Reverie esplora e rielabora in modo del tutto personale temi come la salute mentale, il senso di solitudine, il desiderio e l’intimità attraverso scultura, video e poesia.
Premessa doverosa: Reverie (Vinci, 1994) soffre da anni di depressione, disturbo borderline e dipendenza da cibo. La mostra nasce dopo un lungo periodo depressivo, durante il quale Reverie ha affrontato un TSO e un ricovero volontario in psichiatria e mesi di instabilità e isolamento a causa della sua malattia mentale e dell’ossessione per cibo.
Visitare “Amare non mi sazia” è un pò come fare un viaggio nella mente di Reverie, che propone un percorso crudo tra installazioni, video e sculture, affrontando tre nuclei fondamentali della sua poetica e della sua vita di tutti i giorni: la fame e la dipendenza dal cibo, l’ossessione per la morte e la ricerca dell’amore, deprivato di qualsivoglia romanticismo.
Entrando nella sede milanese di C+N Gallery CANEPANERI, nella prima sala ci imbattiamo subito in diverse sculture, ossessioni e frammenti del vissuto traumatico di Reverie che hanno preso forma e corpo.
In foto
"Amare non mi sazia", Installation view, ph by Mattia Mognetti
Subito vediamo “Primo cervello” una serie di cinque ragni in ceramica nera ottenuti imprimendo sulla superficie lo stomaco digerente del bovino, che ci raccontano la malattia con cui l’artista convive da tempo: la dipendenza da cibo. Ed è qui che comincia ad emergere il concetto di fame: lo stomaco è pensiero fisso nella quotidianità di Reverie, alla costante e incontrollata ricerca di qualcosa che riesca a saziarla.
Subito dopo i ragni troviamo “Gola”, un calco in bronzo tratto dal petto dell’artista con indosso un collare metallico, che allude all’ingordigia, all’appetito sessuale ma non solo. Da fulcro respiratorio, erotico e vulnerabile il collo diventa qui anche un simbolo ambiguo di possesso e sottomissione. L’opera è molto significativa poichè legata a un epsodio di violenza subito Reverie in giovane età.
Dietro “Gola” vediamo “Memento Mori”, un cranio di puledra che indossa un morso tenuto aperto da una ketlebell da 10 kg. La scultura richiama quel senso di morte che pervade la poetica di Reverie, ma anche la sottomissione e allo stesso tempo il desiderio di fuga, impossibilitato dalla palla pesante di piombo. Reverie è consapevolmente schiava delle proprie dipendenze e lo mostra senza indorare la pillola.
Accanto c’è “Lingua”, scultura ricavata da una lingua di bue costellata da spine d’acacia in bronzo verde: il linguaggio colpisce e fa male, le parole diventano letteralmente spine pungenti, come quelle delle sue poesie, raccolte nel volume “Poesia Malata”.
Se guardiamo per terra vediamo invece emergere due sedili neri prelevati da un’auto e cosparsi da quelli che sembrano essere dei puntini bianchi. Le sedute formano l’opera “15” e alludono, di nuovo, a una violenza sessuale subita da Reverie durante l’adolescenza, esperienza dolorosamente traumatica, causa della dipendenza da cibo e degli episodi depressivi con cui l’artista convive ancora oggi per via della carenza affettiva di fondo che le violenze le hanno provocato. Avvicinandoci alle sedute scopriamo che quegli elementi bianchi sono in realtà bozzoli di falena appuntati con spilli, come fossero reperti entomologici. Ma i bozzoli sono vuoti, le farfalle sono riuscite a volare via, lontano dal dolore. L’installazione ripercorre e allo stesso tempo esorcizza la violenza subita dall’artista, trasformandosi in un simbolo di rinascita. A più di 15 anni da quella violenza Reverie è forse pronta per riprendere in mano la propria vita.
In foto
1. Reverie, "Primo Cervello", Ph. Mattia Mognetti
2. Reverie, "Lingua", “Gola” e "Memento Mori", Ph. Francesca Salemi
3. Ritratto di Reverie, Ph. by Carlotta Coppo
4. "Amare non mi sazia", installation view
5. Ritratto di Reverie, Ph. Carlotta Coppo
Proseguendo nel corridoio che collega i due ambienti della galleria, iniziamo a sentire una voce. Alzando la testa scorgiamo ”Luna”, un lampione degli anni ‘70 che trasmette incessantemente la voce di Reverie. Il lampione è un’altro oggetto molto simbolico, che rimanda all’attesa, alla strada, ma anche alla prostituzione e alla solitudine urbana. Il titolo “Luna” deriva da un gioco di assonanze nella lingua giapponese: la parola “tsuki”, luna, può talvolta essere fraintesa per l’espressione “suki”, “mi piaci”.
Ed è qui che comincia a venire fuori il terzo fulcro della mostra, la ricerca dell’ ”Amore”. Dopo dieci anni senza contatti fisici con gli uomini, Reverie è uscita dal bozzolo e ha deciso di mettersi in gioco e riprendere in mano il proprio corpo e la propria sessualità, servendosi di svariate dating app per conoscere dei potenziali partner. Il lampione emette proprio i messaggi vocali inviati da Reverie agli uomini incontrati e mostrano i suoi tentativi di aprirsi, raccontarsi e stabilire un qualche tipo di relazione. Si tratta di conversazioni monolaterali, sentiamo solo la voce di Reverie e non conosceremo mai il risultato dei suoi tentativi di creare dei legami, seppur provvisori.
Superato il lampione, il percorso termina nell’ultima sala della galleria, in silenzio, con il video “Educazione sentimentale” che ritrae Reverie e una sex worker transgender mentre chiacchierano e si confrontano sul letto di un hotel a ore. Qui l’audio è stato rimosso, rimangono solo gli sguardi e i gesti di questa conversazione di cui possiamo però provare a immaginare i contenuti.
In foto
1. Reverie, "Luna", Ph. Francesca Salemi
2. Reverie, "Educazione sentimentale". Ph. Francesca Salemi
3. Reverie, "Poesia Malata", raccolta di poesie, 2026
La mostra è accompagnata dalle poesie di Reverie, raccolte nel volume “Poesia malata”, attraverso cui l’artista racconta i mesi di “rinascita nel fango” durante e dopo il ricovero volontario. Fame, amore, sesso, salute mentale, dipendenza e desiderio di rinascita sono qui sviscerati attraverso un diario di poesie in cui Reverie racconta la depressione, la dipendenza da cibo, il bisogno di contatto umano, la paura di vivere, la scoperta del proprio corpo e del rapporto con l’altro.
Attraverso “Amare non mi sazia” Reverie mette in scena senza veli e senza sconti i propri fantasmi, le porprie esperienze di dipendenza, isolamento, il desiderio insaziabile di sesso e cibo e la sua continua tendenza a ogni tipo di eccesso fino all’autodistruzione fisica e mentale. L’amore qui non solo non sazia, ma non fa altro che generare ulteriore fame, dipendenza, desiderio, instabilità e senso di vuoto. La fame che Reverie ci racconta è piuttosto una fame esistenziale che si ritrova a gestire quotidianamente e che non ha alcuna paura o vergogna di mostrare.
Questi temi sono il soggetto non solo della mostra e delle poesie, ma anche di una performance di stand-up comedy dal titolo “Mangiata Viva”. Il 15 settembre l’artista ha portato sul palco, con ironia e una citura di castità addosso, gli episodi della malattia, della dipendenza alimentare e delle esperienze con uomini e dating app, riuscendo sorprendentemente a trasformare la sua tragedia personale in una commedia brillante e divertente, capovolgendo ongi paradigma.
Che sia attraverso la scultura, la poesia o la performance, Reverie è un’artista a tutto tondo capace di sorprendere raccontando la sua malattia in maniera intensa, viscerale e ironica allo stesso tempo.