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Lost Music Festival: un’opera d’arte totale nel dedalo di Franco Maria Ricci

Nelle profondità verdi e silenziose del Labirinto della Masone, tra il suono del vento che accarezza oltre trecentomila piante di bambù e i riflessi dorati dell’arte custodita nel museo, ha preso vita una delle esperienze artistiche più insolite e trasformative: il Lost Music Festival. Un evento che si muove sul confine tra musica, arte contemporanea e natura, un rito collettivo e multisensoriale che trasforma il labirinto in una vera e propria opera d’arte vivente.

Il Labirinto della Masone è tra i più grandi del mondo costruito interamente in bambù. È il sogno di Franco Maria Ricci, editore, designer e collezionista visionario, che nel 1977 promise all’amico Jorge Luis Borges – lo scrittore che più di ogni altro ha fatto del labirinto un archetipo letterario – di costruire il più grande dedalo esistente proprio in quei campi. Inaugurato nel 2015, questo spazio oggi è insieme museo, parco naturalistico e centro culturale poliedrico, dove l’arte si intreccia con la filosofia, la botanica, la letteratura.
Il Lost Music Festival nasce per valorizzare questo patrimonio, ma lo fa con un linguaggio che è al tempo stesso sperimentazione, musica, performance sonora e installazione immersiva. I live non sono semplici concerti: sono rituali sonori, installazioni effimere, performance di avanguardia che si muovono tra la piramide, la corte museale, i corridoi di bambù e i percorsi nascosti del dedalo. La natura stessa diventa cassa di risonanza, il suono si fonde con lo spazio e la natura.

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Installation view "Da Serafini a Luigi. L'uovo, Lo scheletro e l'arcobleno" ©Stefano-Mattea

Labirinto della Masone ©Stefano Mattea

Un’esperienza tra sogno, suono e simbolo

Nell’affascinante cornice del museo, la mostra dedicata all’artista Luigi Serafini, autore del celebre Codex Seraphinianus, espande ulteriormente la dimensione onirica del festival. Pubblicato proprio da Ricci nel 1981, il Codex è un’enciclopedia immaginaria, scritta in una lingua indecifrabile, popolata da creature ibride e paesaggi impossibili. La mostra Da Serafini a Luigi: l’uovo, lo scheletro, l’arcobaleno non si limita a celebrare l’opera che ha stregato Tim Burton e Italo Calvino: esplora l’intero universo poetico dell’artista, trasformando il percorso museale in un viaggio iniziatico tra visioni, simboli, ricordi e trappole percettive.
Questo dialogo tra arte visiva e sonora trova nel Lost Music Festival una risonanza potente. Come il Codex, anche i live sono scritture di mondi impossibili, alfabeti sonori alternativi che sfidano le logiche convenzionali.

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Installation view "Da Serafini a Luigi. L'uovo, Lo scheletro e l'arcobleno"

Le performance: corpi sonori nel cuore del labirinto

Tra le performance più interessanti, Otay:onii, artista e compositrice cinese, che ha presentato un set struggente e viscerale, a tratti rituale, fatto di voci distorte, rumori industriali e un uso performativo del corpo come veicolo espressivo. Una performance totale, al confine tra concerto, installazione e danza contemporanea. Di elevata intensità anche l’esibizione di Lyra Pramuk, che ha decostruito e ricomposto la voce e il suono come in un atto alchemico. Le sue composizioni sembrano nascere da un’introspezione spirituale profonda, trasformando il corpo in uno strumento di liberazione e gioia. Il collettivo queer Tristwch Y Fenywod ha portato invece suoni gotici e sognanti, eterei e corporei al tempo stesso, evocando atmosfere oniriche spezzate, mentre Klein ha lavorato sul concetto di immagine e identità con un live stratificato, ironico e potente, tra fiction sonora e autoanalisi visiva. Non sono mancati momenti di sperimentazione pura, come il set di Safety Trance, dove IDM, jungle e hardcore si sono fusi in un vortice tribale e futurista. O il progetto Santarosae presentato da Hesaitix, in cui i suoni si sono intrecciati alla natura notturna del labirinto in un’esperienza concettuale, a tratti astratta, che sembrava evocare lo spirito stesso del luogo. Il duo TakKak Takkak ha proposto un crescendo ritmico ipnotico, basato su percussioni profonde e ancestrali, mentre Significant Other e AKA HEX hanno contaminato il labirinto con suoni provenienti da tradizioni diverse, creando ponti tra culture, riti e futuri possibili.
Una menzione speciale va anche al DJ Special Guest, che ha portato suoni ibridi tra ambient rurale e reminiscenze elettroniche, e al corner curato da Box of Tangerine, un’oasi di ascolto e contemplazione sonora tra vinili selezionati e spirito meditativo.

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Un festival come opera d’arte

Il Lost Music Festival non è solo un evento musicale: è un’esperienza estetica, un laboratorio di percezione, un’opera d’arte site-specific. Ogni suono, ogni gesto, ogni installazione sembra dialogare con la geometria simbolica del labirinto, con la natura del bambù che cresce come pensiero verticale, con le stanze del museo che raccontano l’ossessione collezionistica e visionaria di Ricci.
Il dedalo stesso diventa protagonista: un compendio di tutte le forme labirintiche della storia, un simbolo millenario che in questo contesto si fa spazio mentale e artistico, luogo di smarrimento e di ritrovamento. Come nei racconti di Borges, il labirinto del Lost è uno specchio dell’anima: chi vi entra non ne esce uguale.

Questa redazione vi consiglia di visitare il labirinto e prendere parte alle future edizioni, per perdervi e ritrovarvi. Per ascoltare il suono dell’avanguardia e del futuro in un luogo che custodisce l’arte del passato. Per vivere un festival che è una vera esperienza trasformativa. Un viaggio senza confini, in cui arte contemporanea, suono e natura si fondono in un unico, potente enigma.

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Esibizione del duo TakKak Takkak ©Stefano Mattea