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Volcanic Attitude 2025 – Dove la materia sogna e si trasforma

I mari e i crateri di Napoli, Stromboli e Vulcano hanno ospitato anche quest’anno Volcanic Attitude 2025, il festival giunto alla quarta edizione che è più viaggio che evento, più rituale che programma, alla scoperta di ciò che avviene sotto di noi, ma allo stesso tempo dentro di noi.

Il titolo della 4° edizione, “Magnetica⭈Magmatica”, è già una dichiarazione di intenti: chiamare artistə, vulcanologə e visionari a confrontarsi con le forze invisibili che governano la materia — pressione, calore, fusione — in un dialogo che scavalca e fonde le discipline per toccare qualcosa di più ancestrale. Di più interiore.

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Margherita Morgantin, "GRANPAVESE", Photo credit: Emilio Messina

Il punto di partenza è Napoli, tra i vetri del Museo Mineralogico, dove le rocce del Vesuvio raccontano un tempo incommensurabile con la pazienza di chi ha visto ere intere passare. Il vulcanologo Valerio Acocella guida lo sguardo in profondità, là dove la materia si comprime, si plasma e si trasforma. E da lì parte la vibrazione. Il cuore di Volcanic Attitude 2025 comincia a palpitare attraverso immagini e suoni che scuotono il corpo prima ancora della mente. Nella proiezione di “Shaken Grounds Shifting Skies”, la lava diventa veicolo di una narrazione distopica, popolata da larve-meteore scarlatte che attraversano paesaggi scolpiti dal magma. L’artista si fa sismografo vivente, incastonato tra le rocce: chi può davvero entrare nel cuore della vibrazione? Un corpo, forse, che sappia ascoltarla.

Da Napoli si parte alla volta di Stromboli sul traghetto Caronte Laurana. Sul ponte della nave Margherita Morgantin ha allestito il suo “GRANPAVESE” un’istallazione realizzata a partire dalle bandiere del Codice Internazionale Nautico, qui riscritto dall’artista alterando i colori, il rosa al posto del rosso e l’arancione fluorescente al posto del giallo. Queste bandierine cucite a mano, apparentemente innocue, gridano silenziosamente il messaggio in codice “INVIOLABILITY OF THE FEMALE BODY”. La frase è di Lia Cigarini e indica un principio fondamentale del femminismo della differenza, su cui Morgantin ci invita a riflettere.

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Roman Signer, "Action with Boot", a cura di An Paenhuysen, Photo credit: Emilio Messina

Al sorgere del Sole, la sabbia nera di Stromboli accoglie un piccolo gesto al limite dell’assurdo: Roman Signer cammina con uno stivale e un getto di CO₂. È un’azione apparentemente semplice, ma ogni passo svela il rapporto silenzioso tra la materia visibile e le forze cosmiche. È una scena da osservare di nascosto a distanza, quasi fosse un rituale segreto di cui siamo spettatori latenti.
Tutto intorno, la natura racconta la sua storia senza parole: Stromboli e Strombolicchio — il figlio e il padre — si stagliano sul mare profondo, che in certi punti tocca i cento metri. Il vulcanologo Francesco Sortino, tra una forchettata e un racconto, ci porta sotto il mare, finoltre la crosta: là dove Africa ed Europa si incontravano c’era la Tetide, un oceano immenso e profondo che oggi sopravvive nel colore scuro del Mar Ionio. Quando le placche si sono toccate, sono nate le Alpi. Quando si sono compresse, si sono generati i vulcani. Le Eolie sono giovani, 300 mila anni appena. Ma già portano dentro di sé tutto: fuoco, mutamento, memoria.

A Vulcano, il paesaggio sembra respirare da solo.
Roman Signer ci regala un’altra delle sue performance. Riproduce per noi un’esplosione vulcanica in miniatura tra le dune della spiaggia, provocando la foratura di una padella. Quasi fosse un rituale, immerge la padella dal fondo bucato in mare facendo colare l’acqua dal foro, in invito a riflettere sul rapporto ancestrale tra il fuoco, l’acqua, la terra, l’aria e l’azione umana.

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Luca Trevisani, gesto "Fender Bender", Photo credit: Emilio Messina

Francesco Cavaliere ci invita a perderci nella Valle dei Mostri, dove la lava ha scolpito forme che sembrano provvenire da sogni antichi e remoti. La sua performance “Subaqueus Glim” è un’immersione nel mare del subconscio. Il vulcano diventa specchio dell’anima, una mappa di emozioni sepolte. E in questa fiction corale, proprio come nei sogni, emerge una figura enigmatica: il vulcanello, l’ultima immagine impressa nella mente prima del risveglio. Cavaliere lavora con il suono come se fosse lava: lo campiona, lo sospende, ne fa vibrazione che pende e di spande nell’aria. Ci invita a costruire di una “box” per dormire e sognare dentro il vulcano, un grembo sonoro dove il sogno dell’isola possa continuare anche a occhi chiusi.

Poi arriva Luca Trevisani, con un gesto che è insieme violento e poetico: crea affilate sculture in ossidiana, materiale ancestrale, trasformandole in coltelli di fortuna, come quelli costruiti in carcere con spazzolini da denti. Invita i partecipanti a tagliarsi una ciocca di capelli. È un rito quotidiano, un piccolo sacrificio, un atto simbolico di metamorfosi. I capelli vengono sepolti nella cava di zolfo: l’offerta è fatta. L’arte qui è contatto diretto con la vita, senza distanza. Le sculture — nere, primitive, affilate, mostruose — sembrano uscite da una mitologia nuova, creata con ferite e materia viva.

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Federica Di Carlo, performance "Heat and Solitude", con Francesco Sortino, Photo credit: Emilio Messina

La giornata prosegue verso il cratere La Fossa. Qui, tra vapori e silenzi, Federica Di Carlo presenta la sua toccante performance “Heat and Solitude” pensata assieme al vulcanologo Francesco Sortino. Le sue opere non si vedono, si sentono: l’ossidazione, la temperatura, il respiro della terra.
Più tardi, la meditazione guidata di Margherita Morgantin ci restituisce il vulcano come essere vivente. Ci invita a respirarlo, ad ascoltarlo con il corpo, a dimenticare per un attimo l’idea che il mondo ruoti attorno al genere umano.

E infine il mare. Il festival si chiude tra le onde, Trevisani compie il suo gesto per la terza e ultima volta lì, tra i respiri dell’isola, che ormai non è più un luogo fisico. È uno stato mentale. Una soglia.

Volcanic Attitude 2025 non è stato un evento da “visitare”. È stato un rito di passaggio. Una trasformazione lenta, come la silice che si fa ossidiana, come la lava che diventa isola. Ha mostrato come l’interminabile tempo geologico e quello effimero dell’essere umano possano toccarsi, anche solo per un istante: l’attimo in cui un gesto, una visione, una vibrazione fanno breccia nel profondo.
Perché il vulcano non parla: vibra. E chi sa ascoltare, può riconoscere in sé il suono di quella trasformazione