La nostra conversazione originariamente era nata per fornire una chiave di lettura per chi ha poco tempo da dedicare alla Biennale di Architettura 2025 ma cerca comunque una riflessione, un filo, una profondità. Si è trasformata in un’indagine critica su come diverse discipline – architettura e arte – stiano affrontando alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: dalla decolonizzazione del sapere alle intelligenze oltre-umane, fino alla possibilità di immaginare forme di collettività che vadano oltre l’antropocentrismo occidentale.
Tutto questo accade in un piccolo bar affollato ai lati della basilica di San Marco, un po’ in piedi un po’ seduti, a seconda dei posti che si liberano.
Chi ha il diritto di definire l’intelligenza?
La prima questione che emerge osservando i progetti in mostra alla 19ª Biennale Architettura riguarda il potere definitorio. Chi decide cosa meriti di essere chiamato intelligenza e cosa invece rimanga relegato ad “arguzia, bravura, destrezza”?
Come nota Ilaria Conti, “il concept del Padiglione Cile – che dà voce alle intelligenze assenti nello sviluppo dell’IA, inclusi corpi sociali, minerali e idrici – mette al centro la domanda: l’intelligenza per chi? Invece di pensarla come semplicemente artificiale, dovremmo chiamarla anche sociale – perché è sempre incorporata in relazioni, territori, conflitti.”
Questa osservazione mette il dito su una ferita aperta: l’impronta coloniale che permea le nostre definizioni di intelligenza. Attraversando i padiglioni, diventa evidente come anche l’architettura contemporanea, pur dichiarando interesse per forme alternative di conoscenza, tenda a replicare strutture concettuali occidentali. Persino molti paesi con storie coloniali sembrano assumere questi parametri come dati, senza interrogare chi abbia storicamente il potere di stabilire cosa sia “intelligente” e cosa no.
Il problema non è solo tecnico o estetico, ma profondamente politico e ontologico. Nel pensiero progettuale contemporaneo, la questione dell’intelligenza rimane prevalentemente tecnica – come se fosse possibile separare il “come” costruiamo dal “chi” decide cosa sia degno di essere riconosciuto come forma di sapere legittimo.
“L’intelligenza collettiva deve essere vista come un’intelligenza interspecie, non solo nella dimensione umana” argomenta Conti, toccando il cuore del problema: “sono sempre gli umani che la interpretano, la chiamano intelligenza e la usano per i loro scopi.”
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Padiglione Cile "Reflective Intelligence" Biennale Architettura. Courtesy: La Biennale di Venezia
Oltre i confini dell’umano
Questa tensione tra apertura dichiarata e antropocentrismo di fatto emerge chiaramente quando si osserva come l’architettura contemporanea tratti l’intelligenza “naturale”. Mentre camminiamo tra installazioni che incorporano elementi vegetali, sistemi biomimetici, materiali organici, mi colpisce come raramente questi progetti mettano davvero in discussione il controllo progettuale dell’essere umano.
L’esperienza quotidiana con forme di vita non-umane rivela intelligenze che sfuggono completamente alle nostre categorie di comprensione. Osservando le piante rampicanti che “sanno” dove dirigersi per arrampicarsi prima ancora di “vedere” un supporto, ci si confronta con livelli di inspiegabilità che dovrebbero sfidare i limiti stessi di cosa chiamiamo intelligenza. Eppure, nei progetti visti alla Biennale Architettura 2025, numerosi progetti rimangono “molto dentro il confine del seminato, tutto molto intelligibile” (I.C.)
Ciò che probabilmente manca è il riconoscimento di forme di intelligenza che eccedono le categorie scientifiche occidentali. Come osserva Conti, la questione non riguarda solo il “multispecie” ma il “post-umano nel senso di oltre-specie.
“Non è solo questione di multispecie – animali, piante, minerali. È oltre-specie: come includiamo entità che per certi contesti epistemici sono invisibili? Le forze, gli spiriti, le energie che altre cosmologie riconoscono come agenti reali.”
Forze spirituali, energie, presenze che molte cosmologie non-occidentali considerano agenti attivi nell’ambiente costruito – tutto ciò è assente dal discorso architettonico contemporaneo. L’architettura potrebbe essere il campo privilegiato per sperimentare collaborazioni con intelligenze oltre-umane, dal momento che lavora direttamente con materiali, siti, ecosistemi, eppure sembra restia ad abbandonare il mito del controllo progettuale totale.
Il risultato è una “natura” architettonica che rimane fondamentalmente decorativa o funzionale, mai davvero agentica.
L’arte dell’evocazione e la trappola della rappresentazione
Nel confronto tra diversi approcci nazionali emerge una tensione cruciale per tutto il pensiero progettuale contemporaneo: rappresentare o incorporare? L’osservazione dei padiglioni di Perù e Messico (entrambi all’Arsenale) offre una riflessione illuminante.
“Il Perù ha preso degli elementi simbolici, una parte per il tutto, e ha creato un’atmosfera,” spiega Conti. “Ha veicolato i contenuti senza la didascalicità della rappresentazione. E questo è in contrasto con il Messico, che fa un intero padiglione attorno a un sistema di agricoltura autoctona millenaria, la Chinampa, riempiendolo di piante locali venete – ma al di là dell’impatto scenografico, serve realmente? Cosa rimane?”
Questa critica tocca un problema fondamentale: molti progetti presentati alla Biennale di Architettura cadono nella trappola della riproduzione didascalica. Se il tema è l’agricoltura tradizionale, si ricostruisce letteralmente un sistema agricolo. Se si parla di intelligenza naturale, si inseriscono piante. Il rischio è ridurre sistemi complessi di sapere a oggetti da museo, privandoli della loro efficacia reale.
L’architettura si trova in una posizione peculiare rispetto ad altre discipline perché deve necessariamente confrontarsi con materialità, funzione, abitabilità – non può limitarsi alla rappresentazione. Proprio per questo ogni fallimento nell’andare oltre la didascalicità è ancora più significativo.
Ciò che emerge dai progetti più riusciti è la capacità di evocare, di creare atmosfere che trasmettono logiche spaziali e relazionali senza scadere nel museo etnografico. Il progetto messicano che accosta ricette culinarie e progetti architettonici rivela questo potenziale: due forme di conoscenza con temporalità diverse – quella stratificata dell’esperienza collettiva contro quella progettuale del futuro – che l’architettura può tenere insieme quando non si limita alla funzione immediata.
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Padiglione Messico "Chinampa Veneta". 19° Biennale Architettura. Courtesy: La Biennale di Venezia
Quando Venezia incontra il Titicaca
Il potenziale più radicale dell’architettura contemporanea emerge quando riesce a operare quello che potremmo chiamare una “geografia processuale”: invece di rappresentare differenze culturali come folklore o come ingredienti “insoliti”, connette soluzioni progettuali attraverso le sfide comuni che le hanno generate.
“Se guardiamo le tecniche di costruzione in ambienti acquatici – dalle soluzioni di chi abita lagune in contesti amazzonici alle strategie veneziane – emergono intelligenze adattive che trascendono le specificità culturali pur rimanendo profondamente radicate nei luoghi. “Se guardo dal punto di vista del costruire case, riempirle di piante locali fino a creare un intombamento che fa un’isola, la laguna di Venezia è a dieci metri di distanza dalla laguna del Titicaca” ho osservato durante la nostra passeggiata.
Da questo punto di vista, l’architettura rivela un vantaggio rispetto ad altre discipline: lavora sempre con vincoli materiali, climatici, sociali che possono creare ponti oltre le divisioni geopolitiche. Il punto è “mettere in connessione fili che sono tenuti lontani perché li guardi non più dal punto di vista storico o geografico ma processuale – come si è arrivati a quella soluzione” (I.C.)
Questo approccio potrebbe permettere all’architettura di praticare quella “pluriversalità” che va oltre il multiculturalismo di facciata. Tuttavia, come nota Ilaria Conti, “questa pluriversalità non è veramente articolata in maniera completa e complessa qui. ”
Il poliglottismo esistenziale
La questione della pluriversalità ci porta al cuore di cosa potrebbe significare davvero “intelligenza collettiva” in architettura. Non può essere semplicemente la somma di contributi individuali mediati da un linguaggio tecnico universale.
“L’intelligenza collettiva significa lavorare su condivisioni, non su lingue,” argomenta Conti. “Il punto fondamentale è che non c’è più una master source. Se devi ragionare su come esprimere una frase in varie lingue – se la pensi subito in tante lingue insieme è diverso da pensarla prima in inglese e poi tradurla. L’intelligenza collettiva è l’altra faccia del poliglottismo, un poliglottismo esistenziale, culturale, non solo linguistico.”
Questa intuizione è fondamentale per immaginare un’architettura davvero decolonizzata. Richiede la capacità di pensare progetti che nascano simultaneamente da più sistemi di conoscenza, senza una “master source” occidentale che tutto traduca e riduca. L’intelligenza collettiva deve abitare lo spazio interstiziale dove diverse logiche spaziali si incontrano senza annullarsi.
L’architettura ha tutti gli strumenti per riaggregare l’umanità su direttrici non-egemoniche – dalla necessità di rispondere a vincoli materiali locali alla capacità di creare spazi di incontro e scambio. Ma ciò richiede l’abbandono del mito dell’architetto-autore universale in favore di processi davvero collaborativi con intelligenze umane e oltre-umane ancora da riconoscere.
La sfida, emersa chiaramente dalla nostra passeggiata critica, è se l’architettura contemporanea sia pronta ad accettare questa perdita di controllo, questa apertura verso forme di intelligenza che non possono essere facilmente incasellate nei parametri del Progetto. La posta in gioco non è solo estetica o funzionale, ma riguarda la possibilità stessa di immaginare futuri abitabili per intelligenze (ed esistenze) multiple.
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Padiglione Perù "Living Scaffolding". 19° Biennale Architettura. Courtesy: La Biennale di Venezia